Giuseppe Mirabella

mio blog, benvenuti :)
lunedì, 16 febbraio 2009

Rompiamo il silenzio

“Il cammino della democrazia non è un cammino facile. Per questo bisogna essere continuamente vigilanti, non rassegnarsi al peggio, ma neppure abbandonarsi ad una tranquilla fiducia nelle sorti fatalmente progressive dell’umanità… La differenza tra la mia generazione e quella dei nostri padri è che loro erano democratici ottimisti.
Noi siamo, dobbiamo essere, democratici sempre in allarme”.
Norberto Bobbio

Primi firmatari: Gustavo Zagrebelsky, Gae Aulenti, Giovanni Bachelet, Umberto Eco, Claudio Magris, Guido Rossi, Sandra Bonsanti, Giunio Luzzatto, Simona Peverelli, Elisabetta Rubini, Salvatore Veca.

Rompiamo il silenzio. Mai come ora è giustificato l’allarme. Assistiamo a segni inequivocabili di disfacimento sociale: perdita di senso civico, corruzione pubblica e privata, disprezzo della legalità e dell’uguaglianza, impunità per i forti e costrizione per i deboli, libertà come privilegi e non come diritti. Quando i legami sociali sono messi a rischio, non stupiscono le idee secessioniste, le pulsioni razziste e xenofobe, la volgarità, l’arroganza e la violenza nei rapporti tra gli individui e i gruppi. Preoccupa soprattutto l’accettazione passiva che penetra nella cultura. Una nuova incipiente legittimità è all’opera per avvilire quella costituzionale. Non sono difetti o deviazioni occasionali, ma segni premonitori su cui si cerca di stendere un velo di silenzio, un velo che forse un giorno sarà sollevato e mostrerà che cosa nasconde, ma sarà troppo tardi.

Non vedere è non voler vedere. Non conosciamo gli esiti, ma avvertiamo che la democrazia è in bilico.

Pochi Paesi al mondo affrontano l’attuale crisi economica e sociale in un decadimento etico e istituzionale così esteso e avanzato, con regole deboli e contestate, punti di riferimento comuni cancellati e gruppi dirigenti inadeguati. La democrazia non si è mai giovata di crisi come quella attuale. Questa può sì essere occasione di riflessione e rinnovamento, ma può anche essere facilmente il terreno di coltura della demagogia, ciò da cui il nostro Paese, particolarmente, non è immune.

La demagogia è il rovesciamento del rapporto democratico tra governanti e governati. La sua massima è: il potere scende dall’alto e il consenso si fa salire dal basso. ll primo suo segnale è la caduta di rappresentatività del Parlamento. Regole elettorali artificiose, pensate più nell’interesse dei partiti che dei cittadini, l’assenza di strumenti di scelta delle candidature (elezioni primarie) e dei candidati (preferenze) capovolgono la rappresentanza. L’investitura da parte di monarchie o oligarchie di partito si mette al posto dell’elezione. La selezione della classe politica diventa una cooptazione chiusa. L’esautoramento del Parlamento da parte del governo, dove siedono monarchi e oligarchi di partito, è una conseguenza, di cui i decreti-legge e le questioni di fiducia a ripetizione sono a loro volta conseguenza.

La separazione dei poteri è fondamento di ogni regime che teme il dispotismo, ma la demagogia le è nemica, perché per essa il potere deve scorrere senza limiti dall’alto al basso. Così, l’autonomia della funzione giudiziaria è minacciata; così il presidenzialismo all’italiana, cioè senza contrappesi e controlli, è oggetto di desiderio.

Ci sono però altre separazioni, anche più importanti, che sono travolte: tra politica, economia, cultura, e informazione; tra pubblico e privato; tra Stato e Chiesa. L’intreccio tra questi fattori della vita collettiva, da cui nascono collusioni e concentrazioni di potere, spesso invisibili e sempre inconfessabili, è la vera, grande anomalia del nostro Paese. Economia, politica, informazione, cultura, religione si alimentano reciprocamente: crescono, si compromettono e si corrompono l’una con l’altra. I grandi temi delle incompatibilità, dei conflitti d’interesse, dell’etica pubblica, della laicità riguardano queste separazioni di potere e sono tanto meno presenti  nell’agenda politica quanto più se ne parla a vanvera.

Soprattutto, il risultato che ci sta dinnanzi spaventoso è un regime chiuso di oligarchie rapaci, che succhia dall’alto, impone disuguaglianza, vuole avere a che fare con clienti-consumatori ignari o imboniti, respinge chi, per difendere la propria dignità, non vuole asservirsi, mortifica le energie fresche e allontana i migliori. È materia di giustizia, ma anche di declino del nostro Paese, tutto intero. 

Guardiamo la realtà, per quanto preoccupante sia. Rivendichiamo i nostri diritti di cittadini. Consideriamo ogni giorno un punto d’inizio, invece che un punto d’arrivo. Cioè: sconfiggiamo la rassegnazione e cerchiamo di dare esiti allo sdegno. 

Che cosa possiamo fare dunque noi, soci e amici di Libertà e Giustizia? Possiamo far crescere le nostre forze per unirle alle intelligenze, alle culture e alle energie di coloro che rendono vivo il nostro Paese e, per amor di sé e dei propri figli, non si rassegnano al suo declino. Con questi obiettivi primari.

Innanzitutto, contrastare le proposte di stravolgimento della Costituzione, come il presidenzialismo e l’attrazione della giurisdizione nella sfera d’influenza dell’esecutivo. Nelle condizioni politiche attuali del nostro Paese, esse sarebbero non strumenti di efficienza della democrazia ma espressione e consolidamento di oligarchie demagogiche.

Difendere la legalità contro il lassismo e la corruzione, chiedendo ai partiti che aspirano a rappresentarci di non tollerare al proprio interno faccendieri e corrotti, ancorché portatori di voti. Non usare le candidature nelle elezioni come risorse improprie per risolvere problemi interni, per ripescare personaggi, per pagare conti, per cedere a ricatti. Promuovere, anche così, l’obbligatorio ricambio della classe dirigente.

Non lasciar morire il tema delle incompatibilità e dei conflitti d’interesse, un tema cruciale,  che non si può ridurre ad argomento della polemica politica contingente, un tema che destra e sinistra hanno lasciato cadere. Riaffermare la linea di confine, cioè la laicità senza aggettivi, nel rapporto tra lo Stato e la Chiesa cattolica, indipendenti e sovrani “ciascuno nel proprio ordine”, non appartenendo la legislazione civile, se non negli stati teocratici, all’ordine della Chiesa.

Promuovere la cultura politica, il pensiero critico, una rete di relazioni tra persone ugualmente interessate alla convivenza civile e all’attività politica, nel segno dei valori costituzionali.

Sono obiettivi ambiziosi ma non irrealistici se la voce collettiva di Libertà e Giustizia potrà pesare e farsi ascoltare. Per questo chiediamo la tua adesione.

www.libertaegiustizia.it/appelli/dettaglio_appello.php

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domenica, 28 dicembre 2008

Gli italiani felici?

Essere felici in tempi di crisi

di ILVO DIAMANTI


Chissà cosa induce gli italiani, in un'epoca tanto grigia, a dirsi felici. Eppure nove persone su dieci - l'86%, per essere precisi - a uno specifico quesito posto da un recente sondaggio di Demos (novembre 2008) rispondono così. Si dichiarano, cioè, molto o abbastanza "felici". Nella stessa indagine, peraltro, gran parte degli intervistati si dice pessimista verso il futuro dell'economia nazionale, circa il reddito e il lavoro personale. Si dichiara, inoltre, delusa dalla politica e lontana dalle istituzioni.

Gli italiani. Hanno ridotto i consumi: quelli alimentari e ancor di più le spese per l'abbigliamento. Escono meno di casa, vanno al ristorante e perfino in pizzeria molto più di rado. Rispetto all'anno scorso, i consumi, nel periodo natalizio, sono scesi del 20%, secondo le Associazioni dei consumatori. Eppure si dicono felici. Più ancora degli ultimi anni. Senza troppe differenze dal punto di vista anagrafico, sociale e territoriale. Si sentono felici gli uomini e le donne. I giovani (e soprattutto i giovanissimi) ma anche gli anziani. Gli operai, gli imprenditori e i pensionati (unica, comprensibile eccezione: i disoccupati). Nel Nord, nel Centro e ancor più nel Sud. I cattolici praticanti, non praticanti ma anche gli atei e gli agnostici. Si sentono felici quelli di destra, di centro e di sinistra. Democratici, dipietristi, berlusconiani e (un po' meno) leghisti. Nonostante il mondo ostile, le prospettive difficili. Nonostante sia cresciuta la diffidenza nei confronti degli altri. Nonostante l'ambiente degradato, le città inospitali. Nonostante tutto e tutti: siamo felici. [...]

il resto lo si può trovare al seguente linkwww.repubblica.it/2008/12/sezioni/economia/crisi-8/mappe-diamanti-crisi/mappe-diamanti-crisi.html
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domenica, 18 maggio 2008

La Camorra lidera la persecución gitana

pubblico l'inizio di un articolo uscito stamane su El País (http://www.elpais.com/articulo/internacional/Camorra/lidera/persecucion/gitana/elpepuint/20080518elpepiint_1/Tes)

"Es mejor no pensarlo. No hay mucho que hablar. Sólo hace falta ver la basura tirada en la calle. El Estado nos ha abandonado. Y ellos [los gitanos] estaban tan abandonados como nosotros". Patrizia, ama de casa, siente vergüenza de vivir en Ponticelli, el barrio de Nápoles donde esta semana una turba estratégicamente formada por mujeres, niñas y muchachos armados con piedras y cócteles molotov asaltó e incendió los campamentos donde vivían un millar de rumanos de etnia gitana. La zona es un feudo de la Camorra y las asociaciones cívicas, que tratan de poner cordura en una situación que se escapa de las manos, subrayan que no se trata de ninguna coincidencia: las constructoras de la mafia edificarán viviendas sobre el suelo quemado. [...]"
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giovedì, 15 maggio 2008

si chiama pogrom

dal De Mauro (http://www.demauroparavia.it/84233):

|grom

s.m.inv.
TS stor., spec. nella Russia zarista, rivolta popolare antisemita spesso incoraggiata dal potere centrale, accompagnata da saccheggi, devastazioni, massacri | CO estens., violenta persecuzione contro una minoranza etnica o religiosa
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venerdì, 11 aprile 2008

Ciò che conta è lo scopo dell'utente

Alcuni stralci da un articolo chiarificatore sul software libero, in: http://www.gnu.org/philosophy/free-sw.it.html

Cos'è il Software Libero?

Sosteniamo questa definizione di software libero per indicare chiaramente ciò che deve essere vero di un particolare programma software perché sia considerato software libero.

Il Software libero è una questione di libertà, non di prezzo. [...]
L'espressione "software libero" si riferisce alla libertà dell'utente di eseguire, copiare, distribuire, studiare, cambiare e migliorare il software. Più precisamente, esso si riferisce a quattro tipi di libertà per gli utenti del software:

  • Libertà di eseguire il programma, per qualsiasi scopo (libertà 0).
  • Libertà di studiare come funziona il programma e adattarlo alle proprie necessità (libertà 1). L'accesso al codice sorgente ne è un prerequisito.
  • Libertà di ridistribuire copie in modo da aiutare il prossimo (libertà 2).
  • Libertà di migliorare il programma e distribuirne pubblicamente i miglioramenti, in modo tale che tutta la comunità ne tragga beneficio (libertà 3). L'accesso al codice sorgente ne è un prerequisito.

Un programma è software libero se l'utente ha tutte queste libertà. In particolare, se è libero di ridistribuire copie, con o senza modifiche, gratis o addebitando delle spese di distribuzione a chiunque ed ovunque. Essere liberi di fare queste cose significa (tra l'altro) che non bisogna chiedere o pagare nessun permesso.

Bisogna anche avere la libertà di fare modifiche e usarle privatamente nel proprio lavoro o divertimento senza doverlo dire a nessuno. Se si pubblicano le proprie modifiche, non si deve essere tenuti a comunicarlo a qualcuno in particolare o in qualche modo particolare.

La libertà di usare un programma significa libertà per qualsiasi tipo di persona od organizzazione di utilizzarlo su qualsiasi tipo di sistema informatico, per qualsiasi tipo di attività e senza dover successivamente comunicare con lo sviluppatore o con qualche altra entità specifica. Quello che conta per questa libertà è lo scopo dell'utente, non dello sviluppatore; come utenti potete eseguire il programma per i vostri scopi; se lo ridistribuite a qualcun altro, egli è libero di eseguirlo per i propri scopi, ma non potete imporgli i vostri scopi.

[...]



Tuttavia, certi tipi di regole sul come distribuire il software libero sono accettabili quando non entrano in conflitto con le libertà principali. Per esempio, il permesso d'autore (1) è (detto in due parole) la regola per cui, quando il programma è ridistribuito, non è possibile aggiungere restrizioni per negare ad altre persone le libertà principali. Questa regola non entra in conflitto con le libertà principali, anzi le protegge.

Indipendentemente dal fatto che si siano ottenute copie di software GNU a pagamento o gratuitamente, si ha sempre la libertà di copiare e cambiare il software, e anche di venderne copie.

Software libero non vuol dire non-commerciale. Un programma libero deve essere disponibile per uso commerciale, sviluppo commerciale e distribuzione commerciale. Lo sviluppo commerciale di software libero non è più inusuale: questo software commerciale libero è molto importante.

Regole su come fare un pacchetto di una versione modificata sono accettabili, a meno che esse in pratica non blocchino la libertà di distribuire versioni modificate. Regole del tipo se rendi disponibile il programma in questo modo, lo devi rendere disponibile anche in quell'altro modo possono essere pur esse accettabili, con le stesse condizioni. (Si noti che tale regola lascia ancora aperta la possibilità di distribuire o meno il programma.) Regole che richiedano il rilascio del codice sorgente agli utenti per le versioni che rendete utilizzabili pubblicamente sono accettabili. È anche accettabile che la licenza richieda che, se avete distribuito una versione modificata e un precedente sviluppatore ne richiede una copia, dobbiate inviargliene una.

Nel progetto GNU, noi usiamo il permesso d'autore per proteggere queste libertà legalmente per tutti. Ma esiste anche software libero senza permesso d'autore. Crediamo che ci siano importanti ragioni per cui sia meglio usare il permesso d'autore, ma se un programma è software libero senza permesso d'autore, possiamo comunque utilizzarlo.

Si veda Classificazione del software libero per una descrizione dei rapporti fra "software libero", "software con permesso d'autore" e altre categorie di software.

Qualche volta le leggi sul controllo delle esportazioni e le sanzioni sul commercio possono limitare la libertà di distribuire copie di programmi verso paesi esteri. I programmatori non hanno il potere di eliminare o di aggirare queste restrizioni, ma quello che possono e devono fare è rifiutare di imporle come condizioni d'uso del programma. In tal modo, le restrizioni non influiranno sulle attività e sulle persone al di fuori della giurisdizione degli stati che applicano tali restrizioni.

Molte licenze di software libero sono basate sul copyright, e ci sono limiti a quello che si può imporre con il copyright. Se una licenza basata sul copyright rispetta la libertà nei modi descritti sopra, è improbabile, anche se non impossibile, che abbia qualche tipo di problema che non abbiamo previsto. Tuttavia alcune licenze di software libero sono basate sui contratti, e i contratti possono imporre una gamma molto più vasta di restrizioni. Questo significa che ci sono molti modi possibili di rendere inaccettabilmente restrittiva e non libera una licenza del genere.

Non possiamo elencare tutti i modi in cui questo potrebbe accadere. Se una licenza basata su contratto restringe i diritti dell'utente in una maniera inusuale, fuori da quello che le licenze basate sul copyright potrebbero fare, e non citata qui come legittima, dovremmo esaminare il caso, ma probabilmente concluderemmo che la licenza non è libera.

Quando si parla di software libero, è meglio evitare di usare espressioni come regalato o gratuito, perché esse pongono l'attenzione sul prezzo, e non sulla libertà. Parole comuni quali pirateria implicano opinioni che speriamo non vogliate sostenere. Si veda Termini da evitare per una discussione su queste parole. Abbiamo anche una lista di traduzioni in varie lingue dell'espressione software libero.

[...]

Copyright (C) 1996, 1997, 1998, 1999, 2000, 2001, 2002, 2003, 2004, 2005, 2006
Free Software Foundation, Inc., 51 Franklin St, Fifth Floor, Boston, MA 02110-1301, USA
La copia letterale e la distribuzione di questo articolo nella sua integrità sono permesse con qualsiasi mezzo, a condizione che questa nota sia riprodotta.

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sabato, 05 aprile 2008

http://www.soniapresidente.net/

Sì, certo... Sonia presidente, perché, ci sono alternative?

http://it.youtube.com/watch?v=RyG8_yOKlic&feature=related
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venerdì, 04 aprile 2008

"Ora capisce perché molti mi prendono per pazzo?"

Wilhelm Reich aveva scoperto l'orgone ovvero l'energia biologica esistente negli organismi viventi, nell'atmosfera e nel terreno; aveva individuato come funzione basilare di ogni essere vivente la funzione orgastica, sostenendo che la scarica di energia sessuale fosse una necessità improcrastinabile al fine di preservare intatte le funzioni biologiche dell'organismo. Intatte dunque. All'origine delle nevrosi e degli squilibri fisici stava quindi l'insoddisfazione orgastica causata dal fatto che l'energia in eccesso non fosse scaricata completamente.
Avendo "identificato" la salute psichica con la liberazione sessuale e estesa la questione su un piano politico, "accusò la classe dominante di mantenere l'ordine sociale (e con esso la propria supremazia) reprimendo il libero manifestarsi dell'energia sessuale.
La morale sessuale dominante nella società e nella famiglia si espliccherebbe in sostanza, tramite una struttura psichica che reprime le pulsioni sessuali, generando nevrosi e infelicità".
Teorie destabilizzanti per qualsiasi sistema politico fino ad allora e forse finora esistente.
Morì nel 1957 per "attacco cardiaco" in prigione, negli Stati Uniti.
cfr. http://it.wikipedia.org/wiki/Wilhelm_Reich
Un anno prima, a New York, un immenso rogo distruggeva le sue opere.
Su Olistica tv, ho trovato la narrazione di un aneddoto. L'incontro tra Reich e Einstein, dal quale ho tratto il titolo per questo post (http://www.olistica.tv/Default.aspx?tabid=101)

"[...] Perché la sua eresia era così pericolosa? Un episodio abbastanza significativo delle relazioni fra Reich e la scienza ufficiale può forse chiarire la questione. Il 30 dicembre 1940 Albert Einstein aveva ricevuto una lettera di Reich: "Alcuni anni fa - vi si diceva fra l'altro - ho scoperto un'energia biologica operante in modo particolare, che si comportava sotto molti aspetti diversamente da tutto quanto si sa circa l'energia elettromagnetica… l'esistenza di quest'energia, da me battezzata 'orgone', è stata dimostrata con sicurezza non solo negli organismi viventi, ma anche nell'atmosfera e nel terreno, mediante apparecchi che l'hanno resa visibile, l'hanno concentrata ed hanno rilevato le variazioni termiche da essa determinate. Sto anche applicando con un certo successo quest'energia alla ricerca nel campo della terapia del cancro (4)". Si chiedeva un appuntamento che il grande fisico accordò: il 13 gennaio 1941 Reich ed Einstein si incontrarono a casa di quest'ultimo e si intrattennero in conversazione per ben cinque ore. Einstein osservò l'orgone attraverso un apparecchio inventato da Reich: "Feci buio nella stanza e gli diedi l'orgonoscopio indicandogli come doveva servirsene… esclamò stupefatto: 'Sì, è vero, è là! Anch'io vedo la cosa!' Guardò a più riprese nell'orgonoscopio e disse: 'Ma vedo questi scintillii di continuo, non potrebbero essere nei miei occhi?'(5)".
La prova dell'oggettività dei raggi - spiegò Reich - sta nel fatto che le manifestazioni luminose possono essere ingrandite se si osservano con una lente: ciò non avverrebbe se fossero immagini soggettive. Poi aggiunse un particolare sconvolgente sull'accumulatore orgonico(6): tra l'interno dell'accumulatore e la parete superiore di questo, da una parte, e l'atmosfera esterna dall'altra, era rilevabile una sensibile differenza di temperatura. Emozionato, Einstein esclamò: "Questo non è possibile. Se fosse vero, sarebbe una bomba!". Reich promise che sarebbe tornato con un accumulatore; Einstein assicurò che, se le osservazioni fossero state confermate, avrebbe appoggiato la scoperta. Congedandosi Reich disse "Ora capisce perché molti mi prendono per pazzo?". "È perfettamente comprensibile(7)" rispose Einstein".
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martedì, 04 marzo 2008

Più educazione civica, meno religione

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lunedì, 03 marzo 2008

Scatta la denuncia, Wikipedia interviene

Venerdì la bomba: il sindaco di Firenze si è scagliato contro l'enciclopedia per una bufala. Si parla di calunnia e diffamazione. Immediata la reazione della comunità. L'IP tradisce l'autore delle frasi incriminate

da punto-informatico.it del 3 marzo 2008

"Il sindaco di Firenze Leonardo Domenici e l'assessore Graziano Cioni hanno dato mandato di querelare per diffamazione e calunnia l'enciclopedia Wikipedia". Questi i titoli d'agenzia che nel weekend hanno scosso la rete italiana, notizie secondo cui una bufala apparsa sulle pagine di Wikipedia nella voce relativa a Domenici avrebbe spinto il sindaco del capoluogo toscano ad adire le vie legali.

In buona sostanza, alla voce relativa al sindaco veniva descritta nei dettagli una calunnia che, come hanno avuto modo di spiegare gli interessati, è già stata oggetto di un rinvio a giudizio e di una condanna. Si trattava, dunque, della reiterazione della descrizione di un fatto fasullo, all'apparenza costruito ad arte per danneggiare la reputazione e l'immagine di sindaco ed assessore. Bufale di questo tipo abbondano in rete, su forum e siti di ogni genere, a volte persino in video pubblicati online sui portali di video-sharing, e non sorprende dunque che possano apparire anche su Wikipedia. Come noto, infatti, l'enciclopedia collaborativa non effettua un controllo preventivo su quanto viene immesso: similmente a molti altri progetti collaborativi e portali di sharing dei contenuti, delega in modo trasparente alla comunità dei suoi contributori il lavoro di modifica e rimozione, o blocco temporaneo, delle voci controverse o di quei testi che possano essere considerati inesatti, inadatti o, appunto, calunniosi e diffamanti.

La notizia che il sindaco di una delle maggiori città italiane potesse davvero aver deciso di denunciare Wikipedia ha inevitabilmente colpito subito la comunità che si stringe attorno alla celebre enciclopedia, mentre la notizia finiva anche su Slashdot. Grazie alla pronta reazione dei supporter, in brevissimo tempo ci si è determinati a rimuovere tutti i contenuti potenzialmente offensivi.
Difficile dire se questo basterà ad evitare che gli esponenti politici presi di mira dalla bufala procedano con le proprie denunce, ma da fonti di Wikimedia Italia ancora sabato arrivava conferma che nessuna denuncia era stata ricevuta.

Va poi detto che, come da policy, Wikipedia può fornire l'IP di chi ha pubblicato quelle righe, IP che la magistratura competente potrà utilizzare per tentare di individuare l'autore di quei testi e portarlo così dinanzi alle sue responsabilità legali. Va da sé, dunque, che anziché di una "denuncia contro Wikipedia", si sarebbe fin da subito dovuto parlare di una querela contro ignoti, persone a cui potrebbe corrispondere quell'indirizzo IP. Difficile ritenere che i delegati del sindaco e dell'assessore possano a questo punto rivolgere la propria attenzione contro l'enciclopedia.

Tanto più che nel caso specifico è assai probabile che si possa risalire all'autore piuttosto facilmente. Come osservano gli stessi utenti di Wikipedia, apparentemente chi ha pubblicato quelle frasi calunniose lo ha fatto "poche settimane fa dalla Biblioteca di documentazione pedagogica di Via Buonarroti a Firenze (...) Se, come è previsto dalle norme al riguardo, la biblioteca chiede l'identità agli internauti... bene, come sta scritto nella casella di modifica, La responsabilità civile e penale su quanto stai per inviare resterà inderogabilmente di chi le ha inserite. Nel caso invece in cui non sia richiesto un documento per usare i terminali della biblioteca, credo che la responsabilità sia della biblioteca, che se non sbaglio è gestita dallo stesso comune di Firenze..."

Non è certo la prima volta che Wikipedia in Italia deve vedersela con accuse di diffamazione ma questa volta molti si sono chiesti, anche tra coloro che supportano e contribuiscono allo sviluppo dell'enciclopedia, quanto avesse influito sulla probabile denuncia la scarsa conoscenza del mezzo, Wikipedia appunto, e quanto invece si possa fare contro certi contributi controversi, o addirittura calunniose bufale, talvolta pubblicati e non sempre rimossi immediatamente dalla comunità. Un dibattito rilanciato oggi ma che corre in realtà parallelo da anni allo sviluppo di Wikipedia e che non sembra certo destinato ad esaurirsi con i fatti di queste ore andando a toccare da vicino il senso stesso di una pubblicazione come quella dell'enciclopedia collaborativa, una delle più singolari e partecipate esperienze culturali in Internet.

postato da giuseppemira alle ore 12:23 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: politica, web , diritti, libertÃ